Abba, Giuseppe Cesare (Cairo Montenotte 1838 -Brescia 1910). Abba fu uno dei maggiori memorialisti delle vicende garibaldine. Nato a Cairo Montenotte, dopo brevi studi all’Accademia di Belle Arti di Genova si arruola volontario nel ’59. Ma è l’anno dopo, durante l’impresa dei Mille, che combatte coraggiosamente a Calatafimi, a Palermo e sul Volturno. Più tardi, cioè nel ’66, pubblica il poemetto “Arrigo da Quarto al Volturno”. Temperamento combattivo, è ancora sui campi di battaglia con Garibaldi a Bezzecca e poi a Mentana. Più tardi ancora diventa sindaco della sua città natale. Grazie all’amicizia di Carducci, dà alle stampe, presso Zanichelli, nel 1880, “Noterelle di uno dei Mille pubblicate da un amico dopo 20 anni”. Il libro cambierà più volte titolo fino all’edizione definitiva del ’91, “Da Quarto al Volturno, noterelle di uno dei Mille”. Ha l’onore nel 1907 di celebrare Garibaldi in Campidoglio e tre anni dopo di essere nominato senatore, nell’anno stesso della sua morte. Abba fu uomo di battaglia ma anche di studi e di grande e appartata modestia. Alieno da ogni retorica, descrisse i fatti garibaldini con vivezza ma anche con estrema sobrietà e sincerità. ☑ I luoghi della memoria - I Mille, da Quarto al Volturno, pag. 324. Accademia dei Concordi. Ai primi dell’Ottocento nasce, fondata da giovani spiriti liberi, l’Accademia dei Concordi, circolo italiano nella Torino francese. Fra i suoi fondatori, Cesare Balbo, Luigi Ornato, Luigi Provana, nonché Carlo Vidua, gran viaggiatore, e Santorre di Santarosa, protagonista della liberazione della Grecia. L’accademia nasce da una sostanziale rivolta ideale dei giovani piemontesi all’eccessivo peso del modello della cultura francese, tantoché i suoi affiliati, tutti di spirito romantico, si impegnano a parlare e scrivere nella lingua natale. L’accademia fu fondata nel 1802. Ne fu caldeggiatore anche Vittorio Alfieri, e la fortuna del sodalizio durò per diversi decenni. Albany, contessa di Alfieri, Vittorio. Aleardi, Aleardo (Verona 1812 - Verona 1878). Poeta, già protagonista e partecipe dei moti rivoluzionari, tanto da ottenere un incarico nel governo democratico di Daniele Manin. Subì la detenzione nel carcere di Mantova, ma ottenne la grazia. A unità nazionale raggiunta, fu professore di estetica e storia dell’arte a Firenze e più tardi fu eletto senatore del Regno. La sua opera di poeta fu raccolta in un volume intitolato “I Canti”. Ebbe enorme popolarità tra i contemporanei, anche se le sue liriche, suggestive e fascinose, sono state molto ridimensionate, più tardi, dalla critica. Caratteristica della sua poesia fu un intelligente sperimentalismo che quasi lo avvicinò alle future posizioni del Decadentismo. Largo spazio ne “I Canti” ebbero anche i temi patriottici, dei quali era stato un protagonista. Alessandria, cittadella di. Furono i soldati della guarnigione di Alessandria, i dragoni del re che, il 10 marzo del 1821, dettero inizio all’insurre
zione che avrebbe condotto all’abdicazione di Vittorio Emanuele I di Savoia, imposse
ssandosi della Cittadella e chiedendo la proclamazione della costituzione spagnola. Carlo Alberto, principe reggente, da tempo in trattative con Santorre di Santarosa, offrì in un primo tempo il suo appoggio per poi ritirarlo. I costituzionalisti innalzarono allora sulla Cittadella il tricolore carbonaro, proclamando la costituzione e dichiarando guerra all’Austria. Iniziava così il lungo percorso che avrebbe portato Casa Savoia a farsi interprete della “liberazione dallo straniero” e della successiva unificazione dell’Italia. La strada, tuttavia, era ancora lunga. E questa volta le truppe realiste del nuovo re Carlo Felice, soffocati i moti insurrezionali, assediarono la roccaforte alessandrina e la riportarono all’ordine. ☑ Moti carbonari. Alfieri di Sostegno, Cesare (Torino 1799 - Firenze 1869). Membro di una nobile famiglia piemontese, Cesare Alfieri di Sostegno intraprese la carriera diplomatica. In tale veste fu a Parigi, all’Aia e a Pietroburgo. Tornato a Torino dal 1827 perseguì le scienze sociali, specialmente nel campo dell’educazione.Sostenne Carlo Alberto al tempo della promulgazione dello Statuto (1848). Nel Parlamento Piemontese fu per brevissimo tempo Presidente del Consiglio, poi a lungo senatore. Concluse la sua vita a Firenze capitale nel 1869. Ma è importante qui ricordare il figlio Carlo, cavouriano (marito della nipote di Cavour), prima deputato poi senatore del Regno (1870). A Firenze – ed è questo l’evento più significativo – Carlo fondò, dedicandolo alla memoria del padre, l’Istituto di Scienze Sociali Cesare Alfieri, a tutt’oggi fervido e importante centro di studi e di specializzazioni nelle scienze della politica. Alfieri di Sostegno, Costanza (Torino 1793 - Torino 1862). Sorella di Cesare Alfieri di Sostegno, Costanza sposò nel 1814 Roberto Taparelli d’Azeglio, fratello di Massimo. Alfieri, Vittorio (Asti 1749 - Firenze 1803). Non fu l’Alfieri, ma semmai il Foscolo, il vero ispiratore degli spiriti risorgimentali. Tuttavia toccò all’Alfieri, imbevuto di cultura francese, di illuminismo e di respiro europeo, avviare negli italiani il senso della libertà contro ogni tirannide e la fede in un futuro che il popolo italiano – secondo Alfieri portato “a troppo parlare, poco pensare, nulla operare” – avrebbe dovuto sapere costruirsi. Alfieri fu, naturalmente, soprattutto un tragediografo e non un politico, tuttavia ebbe ben chiaro che cosa rifiutare – il clericalismo, la tirannide, la monarchia dei Savoia – anche se fu non privo di contraddizioni nel suo appassionato ma non organico pensiero politico. Osservò con interesse partecipe la rivoluzione francese dell’ ‘89 ma, spaventato delle sue conseguenze, fu da allora nemico del radicalismo rivoluzionario. Sempre figlio fedelissimo del suo Piemonte, cui volle dare un respiro più europeo, fu, come si è detto, nutrito di cultura francese, ma alla Francia poi si oppose nettamente nel suo “Misogallo”. Si ispirò a un’Italia passata, repubblicana e democratica e ne amò le città toscane che ne erano state cardine, fino a rifugiarsi negli ultimi anni a vivere sui lungarni fiorentini con la compagna, la contessa d’Albany. ☑ I luoghi della memoria - Alfieri e Santa Croce, il “Pantheon degli Italiani”, pag. 12. Alinari, fratelli. Furono protagonisti dell’unità nazionale senza combattere alcuna battaglia, tranne le molte combattute con le loro splendide macchine fotografiche, i tre fratelli fiorentini Leopoldo, Giuseppe e Romualdo Alinari, destinati a divenire la più celebre famiglia di fotografi in Europa Leopoldo aprì una piccola azienda nel 1852, in via del Cornina, nella Firenze ancora granducale, a cui subito si unirono i due fratelli. La loro importanza sta nell’avere, ad unità nazionale compiuta, rappresentato per la prima volta, con una serie di leggendarie campagne fotografiche, l’Italia intera agli occhi dei suoi stessi abitanti e poi del mondo. Non è più la fotografia pittoresca e il ritratto in posa, tipici del tempo, ma sono i grandi capolavori d’arte i monumenti, le sculture, le piazze, dunque il paese come appare a partire dagli anni ’60. Quando, dal 1875, l’uso della collotipia consente di applicare la fotografia alla stampa, le foto Alinari compaiono su riviste e giornali di tutta Europa. Mentre la sede storica degli Alinari – che tennero l’azienda fino al 1921 e che oggi è in mano del geniale manager Claudio De Polo – resta ancora in Largo Alinari a Firenze, il grande Museo Nazionale della Fotografia a loro nome è ora aperto in Piazza Santa Maria Novella. Toccò dunque agli Alinari offrirci la prima immagine del regno unito, che si arricchì, grazie alla loro attività di ritrattisti, delle figure maggiori di quel tempo, accompagnando arte, storia e costume italiani fino ad oggi. Fra le più celebri imprese degli Alinari, una “Divina Commedia”, pubblicata con le illustrazioni dei maggiori pittori italiani all’inizio del Novecento. Alpini. Creato nel 1872, al termine del processo di unificazione nazionale, il Corpo degli Alpini venne concepito come un importante strumento di difesa dei confini del Regno d’Italia, che a nord coincidevano quasi interamente con l’arco alpino. Fu il capitano Giuseppe Perrucchetti, da molti considerato il “padre degli Alpini”, a suggerire di affidare la difesa dei valichi montani a soldati reclutati direttamente “in loco”, e perciò esperti del territorio. Quindici furono le prime Compagnie Alpine istituite, il 15 ottobre 1872, a Napoli, con il Regio Decreto n. 1056. Ciascuna di loro era composta esclusivamente da uomini che provevnivano dalla stessa valle. Nel 1873 le Compagnie Alpine divennero 24, raggruppate in 7 reparti, nel 1875 furono portate a 36, raggruppate in 10 battaglioni, mentre nel 1882 vennero costituiti i primi 6 reggimenti, che nel 1887 divennero 7 e nel 1910 furono portati a 8. Altare della Patria. Vittoriano. Analfabetismo. All’indomani della prima unificazione, nel 1861, il Regno d’Italia contava quasi il 78 per cento di analfabeti, ossia di individui che non erano in grado né di leggere né di scrivere. Ma la situazione non era affatto omogenea. Se in Piemonte la media di analfabeti era del 57 per cento e in Lombardia del 60 per cento, in Sardegna, in Calabria e in Sicilia l’analfabetismo giunse a superare, nei primi anni dopo l’unificazione, il 90 per cento. ☑ Dossier – Tra analfabeti e letterati: la lingua dell’Italia unita, pag.18. Anarchici e unità d’Italia. Il progetto dei rivoluzionari anarchici per l’unità d’Italia era incentrato su un’idea sostanzialmente federalista. Fu soprattutto Michail Bakunin, leader anarchico russo trasferitosi in Italia, a proporre di sostituire lo Stato con una federazione di comuni. Il suo programma venne accolto favorevolmente da artigiani, da membri della piccolo borghesia e da intellettuali come Errico Malatesta Andrea Costa e Carlo Cafiero. Ma i tentativi insurrezionali anarchici del 1874 in Emilia e del 1877 nel Matese fallirono, e il programma anarchico per l’unità d’Italia in senso federalista non venne attuato. Anita. Garibaldi, Anita. Annessioni al Regno d’Italia. Plebisciti di annessione al Regno d’Italia. Anniversari dell’unità d’Italia. Dossier - Il centocinquantenario e gli altri anniversari dell’unità d’Italia, pag. 114. Antologia, L’. Vieusseux, Giovanni Pietro. Antonelli, Giacomo, cardinale (Sonnino 1806 - Roma 1876). Il cardinale Giacomo Antonelli fu il grande consigliere, e qualcuno sostiene l’anima nera, di Pio IX, pontefice romano. Ciociaro, fu segretario di Stato e maestro dei sacri palazzi, dal 1848 alla morte, quindi in pratica direttore della politica vaticana per vent’anni. Francofilo, onnipotente, ebbe anche molti nemici in curia. Fu accusato di nepotismo, perché sistemò e arricchì i fratelli Filippo Angelo e Luigi, e di scarso senso evangelico, poiché fece gravare sul popolo pesanti imposte. Di non rilevante cultura, poco versato nel francese ma affabilissimo, Antonelli fu ascoltatissimo consigliere di papa Mastai, al quale suggerì posizioni intransigenti. Fece consigliare ai cattolici di non andare a votare nel nuovo regno. Dopo il 1870, cioè dopo la presa di Porta Pia, impose al pontefice una politica di pura protesta, escludendo la possibilità che Pio IX lasciasse Roma. Secondo lo storico e memorialista fiorentino Ugo Pesci (“Come siamo entrati in Roma, ricordi”, 1895) Antonelli fu l’artefice di quell’errato atteggiamento papale per cui il pontefice, dopo la presa di Roma, non uscì più dal Vaticano per evitare di dare un implicito riconoscimento allo Stato Italiano. Al ministro Bonghi, che accennava all’Antonelli la possibilità di opportune trattative tra il pontefice e il governo italiano, il cardinale rispose “ma che trattative, caro signore”. Artusi, Pellegrino (Forlimpopoli 1820 - Firenze 1911). Se Manzoni unì il nuovo Regno d’Italia dandogli il fiorentino parlato come lingua nazionale, si vuole che Artusi, emiliano e benestante trasferitosi dalla natia Forlimpopoli a Firenze, in un ricco appartamento in piazza d’Azeglio, abbia unito gli italiani a tavola con il suo celeberrimo ricettario gastronomico, il cui intento fu di fondere le varie cucine regionali in un’unica cucina italiana. “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene” uscì nel 1891 e, nonostante o proprio a causa del titolo “sconsolantemente piccolo borghese”, edito a spese dell’autore e subito rinvigorito da un numero eccezionale di edizioni, divenne il libro più presente nella casa o meglio nella cucina degli italiani. La fortuna del suo ricettario nacque da molteplici ragioni: l’avere egli sempre sperimentato di persona, nelle fitte cene fra amici, ogni ricetta poi suggerita; l’aver ispirato il suo ricettario all’igiene e al risparmio, criteri portanti della nuova borghesia italiana; e infine l’aver scelto e seguito una scrittura cordiale e a suo modo elegante, semplice e realistica a partire dall’incipit della prefazione che suona: “La cucina è una bricconcella, spesso e volentieri fa disperare”. Il libro, che uscì negli anni dell’enciclica “Rerum Novarum” e della leggendaria raccolta di poesie di Pascoli, “Myricae”, fu favorito dalle migliorate condizioni dell’ancor fragile Italia, in quegli anni protagonista di una ripresa economica per la quale si stava passando dal pane di granturco al pane di grano. Tale fu il successo di “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene”, che il grande amico di Artusi, il bibliofilo e poeta Olindo Guerrini, tentò di imitarne la fortuna pubblicando, alcuni anni dopo, “L’arte di utilizzar gli avanzi”, libro non spregevole e dedicato alle classi più povere. Artusi fu preveggente sui destini culinari italiani, di cui previde l’imbarbarimento “a causa della grande affluenza oggigiorno di forestieri in Italia”. Il suo ricettario, insieme a Cuore e Pinocchio, fu specchio e servizio dell’Italia postunitaria, tanto che il grande storico Piero Camporesi ha potuto scrivere: “per l’Unità italiana ha fatto più di quanto abbiano fatto i Promessi Sposi”. Asburgo. Impero austriaco. Aspromonte e la ferita di Garibaldi. Solo di passata sui libri di scuola è segnalata (ma forse oggi non più) la ferita che il Generale si beccò sull’altipiano dell’Aspromonte. Correva il 1862 e Garibaldi, dalla Sicilia, tentò di risalire la penisola, verso lo Stato Pontificio: ma venne fermato dall’esercito regolare del regno, che si scontrò con lui su quell’altipiano. L’evento colpì i contemporanei e fu oggetto di infinite cronache giornalistiche, tra cui quella, estesissima, pubblicata su “La Nazione” nel dicembre 1862. Sul piede di Garibaldi si chinarono dubbiosi e attenti ben 19 chirurghi italiani, e fu convocato anche il medico dello Zar accanto a un luminare proveniente dalla Svizzera. Purtroppo l’assenza a quel tempo delle radiografie non permise di verificare se la palla era “ritenuta” o no nelle carni del Generale. La già citata Nazione riportò addirittura, traendola dalla Gazzetta Ufficiale, la lunga relazione del medico e deputato Emilio Cipriani, il quale ne aveva appunto riferito in una seduta della Camera dei Deputati. “I primi medici”, sono parole del Cipriani, “non soltanto constatavano non essere direttamente offesa l’articolazione tibio-astragalica, ma da insolito infiore presso il malleolo esterno rettamente giudicavano che il proiettile doveva essersi colà arrestato.” Ne seguì una incisione sulla augusta gamba, che certo non fu la sola. Senza nulla voler togliere, da parte di noi contemporanei, alla gloria garibaldina, è certo che la vicenda medico giornalistica qui rinarrata presenta tratti di involontario umorismo. Infatti la relazione del Cipriani così ulteriormente ci informa: “Per le sapienti e amorevolissime cure dei dottori Ripari, Prandina, Basile e Albanese, decresceva il turgore flogistico di giorno in giorno, uscivano e si straevano frammenti ossei quasi pulverulenti e qualche scheggia, poi parti del vestiario. Si rese allora agevole penetrare in quel tramite e nella sera del 21 settembre riusciva al dottor Basile ritirare un pezzo di fodera dello stivale”. Va da sé che si parlò in quei giorni delle “indicibili sofferenze patite con calma e forza d’animo esemplare” dal Generale. Infine la vicenda ebbe conclusione quando, domenica 23 novembre, due mesi dopo l’accaduto, il benedetto proiettile fu estratto dalla gamba di Garibaldi, che tuttavia negli anni successivi, ne portò i dolenti postumi. ☑ I luoghi della memoria - Sull’Aspromonte con Garibaldi, pag. 26. Asse ecclesiastico Eversione dell’asse ecclesiastico. Austria. Impero austriaco. Impero austro-ungarico. Azeglio Taparelli, Massimo d’ (Torino 1798 - Torino 1866 ). Intenzionalmente vocato, per sua ammissione, alla carriera letteraria e a quella di pittore, Massimo D’Azeglio risulta invece, alla prova della storia, uno dei protagonisti del Risorgimento e degli anni dell’unità nazionale. Come pittore ha lasciato una non volgare produzione ispirata al realismo lombardo-piemontese. Come romanziere la sua fama, un tempo assai più grande di oggi, è affidata ai romanzi storici “Ettore Fieramosca” (1833) e “Niccolò de’ Lapi” (1841), che, sotto i veli di antiche vicende, sollecitarono fra il popolo la coscienza risorgimentale. Ma il suo libro più letto resta “I miei ricordi” (uscito postumo nel 1867), nel quale propone alle nuove generazioni un esempio. più che politico, essenzialmente morale di un’etica onesta, costruttiva e moderata. Massimo d’Azeglio fu visto e resta un simbolo di quell’Ottocento italiano (lo storico Spadolini lo definisce “cavaliere senza macchia e senza paura”) che traghettò, in politica, la monarchia sabauda dall’assolutismo alla visione costituzionale e parlamentare, anticipo indispensabile alla futura unità nazionale. Egli fu un protagonista, dunque, del periodo, ma sempre con un certo distacco dal prevalente clima risorgimentale. Avversario di Mazzini, insensibile ai miti alfieriani di libertà, nemico di ogni congiura e anche di quelle carbonare, sostanzialmente sordo all’aura di rinascita religiosa, egli incarna in un certo senso l’opposto dei miti risorgimentali e, sensibile semmai al giobertismo, è alfiere di un riformismo liberale prudente e moderato, sempre devoto alla dinastia sabauda. Alcuni storici accusano Massimo d’Azeglio di eccessivo moralismo: in realtà è uomo dallo sguardo abbastanza limpido – ma non antiveggente – sui bisogni della nazione italiana. Egli propugna la difesa delle identità regionali, poco convinto delle prospettive unitarie di Cavour, non apprezza Garibaldi, condivide, perché giudicato utile all’Italia il potere temporale del papa e, quando si propugna Roma capitale, giudica questa scelta “rovina e iattura d’Italia”, preferendole Firenze come capitale permanente. Protagonista di un mondo, guidato da élite insieme illuminate e scettiche, ormai al tramonto, Massimo partecipa ai processi politici e sociali che porteranno all’unità nazionale. Il suo tramonto è quello di un uomo solitario che si è ritirato nella sua villa piemontese, dove muore nel 1866. ☑ Dossier - Massimo d’Azeglio e la “congiura al chiaro giorno”, pag 30. Azeglio Taparelli, Roberto d’ (Torino 1790 - Torino 1862). Fratello di Massimo d’Azeglio, Roberto si impegnò a fondo per l’emancipazione delle minoranze religiose del Piemonte, come ebrei e valdesi, e si dedicò ad opere di carità e di assistenza. Bakunin, Michail (Tver 1814 - Berna 1876). Sebbene sembri notizia remota, le correnti anarchiche e rivoluzionarie d’Europa ebbero qualche peso sul pensiero italiano risorgimentale e unitario. Se Marx ed Engels tennero seppur fugaci rapporti, da e a Londra, con protagonisti come Mazzini e soprattutto Pisacane, in altri casi si ebbero delle vere e proprie presenze in Italia di rivoluzionari stranieri. È il caso di Michail Bakunin, che risiedette a Firenze per più di un anno nel 1863, all’inaugurarsi del Regno d’Italia, dopo che, amico di Proudhon, era stato a lungo incarcerato in Siberia. La sua presenza influenzò alcune tendenze ideologiche anarchiche e socialiste di cui la Toscana fu a suo modo espressione. A Firenze, per esempio, si celebrarono alcuni processi contro gli “internazionalisti”, accusati di intenzioni insurrezionali quando correva il 1864. Un altro celebre processo fu quello ai “bombisti”, cioè anarchici , che si svolse nella stessa città a seguito di una bomba gettata su un corteo. Infine la capitale della Toscana fu sede di un processo, a suo tempo assai seguito, svolto a carico della rivoluzionaria russa Anna Kuliscioff. Di famiglia aristocratica, Bakunin lasciò presto la carriera militare per gli studi filosofici, frequentando a Mosca i circoli hegeliani. Conobbe Marx a Parigi, ma soprattutto seguì le idee federaliste e unitarie di Proudhon. Fuggito dalla deportazione in Siberia, propugnò una comunanza di uomini liberi e uguali, dei quali bisognava principalmente risolvere i problemi sociali. Le sue idee si differenziavano da quelle di Marx, poiché egli considerava la rivoluzione non il frutto di una fatalità storica ma il risultato della promossa sollevazione popolare spontanea, soprattutto dei contadini poveri. Le sue teorie sono sviluppate nel libro “Stato e anarchia” (1863), e di esse risentì profondamente il grande patriota italiano Pisacane. ☑ Anarchici e unità d’Italia. Balbo, Cesare (Torino 1789 - Torino 1853). Si vuole che “Speranze d’Italia” (1844) dello storico piemontese Cesare Balbo, sia, con il “Primato degli Italiani” di Gioberti, uno dei libri che accompagnano le esperienze politiche dell’imminente ’48, incoraggiando il popolo italiano con grandi speranze sulle sue fortune. Figlio di una nobile famiglia torinese, nato dal conte Prospero, rappresentante non secondario di un riformismo moderato, Cesare visse gli anni giovanili soprattutto a Parigi e poi a Firenze. Svolti incarichi amministrativi sotto Napoleone, venne arruolato nel ricostituito esercito sabaudo, poi visse in Spagna dal 1816 fino al 1819, impegnato come incaricato d’affari. Balbo fondò a Torino “L’Accademia dei Concordi”, di spirito romantico ma anche pre-liberale. Tentò una mediazione fra gli amici rivoluzionari come Santorre di Santarosa, e le convinzioni rigidamente moderate del padre Prospero, pur serbandosi sempre fedele a Carlo Alberto. Studioso di molteplici discipline, ma soprattutto volto alla storia, scrisse saggi di storia medioevale. Nel 1830 uscirono due tomi di “Storia d’Italia”, due anni dopo una “Vita di Dante”, libri in cui descriveva i mali d’Italia causati dalla mancata indipendenza. Nel 1841 uscirono “Pensieri sulla storia d’Italia”, in cui sosteneva il potere temporale della Chiesa, se utile alla missione nazionale. Nel 1844 pubblicò le “Speranze d’Italia”, dedicate a Gioberti, di cui l’anno prima era uscito il “Primato degli Italiani”. Qui Balbo proponeva al sovrano Carlo Alberto di contrastare l’egemonia austriaca, favorendo una federazione di stati italiani sotto la presidenza del papa e sotto l’egemonia sabauda. Fra il 1846 e il 1848 uscì il suo miglior libro, “Sommario della storia d’Italia”. Ma Balbo era anche impegnato nella vita politica. Fu redattore con Cavour dell’importante giornale torinese “Il Risorgimento”, dove dette prova di essere una lucida mente del liberalismo cattolico moderato. Elaborò la legge elettorale del 1848, poi venne chiamato da Carlo Alberto a presiedere il primo governo costituzionale, che sarebbe però durato solo pochi mesi. Fu deputato fino al 1853.Tentò inutilmente di guidare un nuovo gabinetto, ma dovette cedere quel ruolo, nel 1852, a Cavour. Nella sostanza, Cesare Balbo sollecitò Casa Savoia, cui rimase sempre fedele, a mettersi al servizio della causa italiana. Propugnò il metodo riformista contro i metodi rivoluzionari e fu artefice non secondario della trasformazione della monarchia albertina in costituzionale e parlamentare: un mutamento che rappresentò l’aurora della futura unità nazionale. Banca delle Quattro Legazioni. Fondata a Bologna da Marco Minghetti nel 1857 con il sostegno del marchese Luigi Pizzardi, poi divenuto primo sindaco di Bologna, la Banca delle Quattro Legazioni rappresentò un primo passo verso l’autonomia finanziaria dallo Stato Pontificio dei territori emiliani e romagnoli, in vista di una futura unificazione bancaria nazionale. Il suo nome derivò dalle quattro “legazioni”, ovvero sudddivisioni amministrative, con cui lo Stato pontificio governava Bologna e la Romagna. La banca divenne istituto di emissione nel periodo compreso tra il 1859 e la proclamazione del Regno d’Italia, per poi confluire nella Banca Nazionale del Regno d’Italia. Banca d’Italia. Istituita con la legge n. 449 del 10 agosto 1893, la Banca d’Italia nacque dalla fusione di quattro banche: la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e la Banca Romana, liquidata nel 1893 in seguito a un famoso scandalo. La convenzione per la formazione della banca ed il suo statuto erano stati già approvati a Firenze, capitale del Regno, il 23 ottobre 1865. Lo stesso giorno la Banca Nazionale del Regno d’Italia assumeva il servizio di Tesoreria dello Stato. Nel 1926 la Banca d’Italia ottenne l’esclusiva sull’emissione della moneta, e nel 1936 venne convertita in Istituto di Diritto Pubblico, con il compito di vigilare sulle banche italiane. Nel 1948, infine, venne conferito al governatore della Banca d’Italia il compito di regolare l’offerta della moneta e di decidere il tasso di sconto. Banca Nazionale degli Stati Sardi. Nata, nel 1849, dalla fusione tra la Banca di Torino e la Banca di Genova, grazie alle pressioni di Cavour svolse, nel regno sabaudo, compiti di Tesoreria di Stato. Divenuta il “braccio finanziario” di Cavour, dal momento che fu l’unica banca autorizzata ad emettere cartamoneta, con la nascita del Regno d’Italia si fuse con la Banca di Parma e la Banca delle Quattro Legazioni, assumendo la nuova denominazione di Banca Nazionale del Regno d’Italia. Nel 1893, unitasi alla Banca Nazionale Toscana, alla Banca Nazionale di Credito e alla liquidata Banca Romana, dette vita alla Banca d’Italia. Banca Nazionale del Regno d’Italia. La Banca Nazionale del Regno d’Italia è la denominazione che assunse, nel 1861, la fusione tra la Banca Nazionale degli Stati Sardi, la Banca di Parma e la Banca delle Quattro Legazioni. In seguito a tale fusione, il nuovo istituto divenne la più importante banca del Regno d’Italia, ed aprì proprie filiali anche nelle altre regioni italiane. Tra i suoi governatori, si ricordano Carlo Bombrini, che la guidò dal 1861 al 1882, e Giacomo Grillo, che la condusse dal 1882 al 1893. Banca Romana, scandalo della. La Banca Romana, nata nel 1835 nella futura capitale d’Italia, ebbe presto, a causa di rischiose operazioni, gravi disagi, tanto da sospendere per un certo periodo la propria attività. Più tardi, nel 1851, divenne Banca dello Stato Pontificio, mentre riprese il suo primitivo nome dopo la presa di Roma nel 1870. Ma anche nella nuova Italia Unita, secondo un’inchiesta ministeriale della fine degli anni ’80, che allora fu tenuta segreta, la sua attività non fu indenne da abusi assai gravi. Nel 1892 l’estrema sinistra denunciò alla camera i gravi illeciti della Banca Romana (i cui intrallazzi erano legati anche ad alcuni politici). Giolitti, allora al governo, cercò di evitare lo scandalo, che invece dilagò coinvolgendo il governatore di quell’istituto di credito, Tanlongo, che fu arrestato e poi assolto, mentre una commissione parlamentare mise in luce i rapporti poco chiari tra costui e Giolitti, che l’aveva fatto eleggere senatore. Per questo motivo Giolitti, nel 1893, dovette dimettersi, mentre la Banca Romana fu liquidata. Bandi, Giuseppe (Gavorrano 1834 - Livorno 1894). Grossetano, figlio di un funzionario granducale, Giuseppe Bandi studiò all’università di Pisa e di Siena e si dichiarò presto fervido mazziniano, motivo per cui scontò anche un anno di prigione. Caduto il granducato, Bandi fu tra i volontari di Garibaldi e lottò per l’unità nazionale. Fu con il Generale nella spedizione dei Mille, durante i cui combattimenti restò ferito. Combatté anche a Milazzo e al Volturno, quando Garibaldi lo nominò maggiore. Abbracciò tardi la carriera giornalistica, divenendo prima collaboratore del quotidiano fiorentino “La Nazione”, poi fondatore del quotidiano di Livorno, che nel 1877, preseà il nome di “Il Telegrafo”. Passato dagli ardori patriottici a una visione politica moderata, il Bandi finì assai male la sua vita, vittima, proprio a Livorno, di un attentato anarchico nel 1894. Le pagine, pur vivissime e ricche di notizie di prima mano, che il Bandi affidò al suo libro più noto, “I mille da Genova a Capua”, pubblicato su giornali e raccolto in volume solo nel 1903 dall’editore fiorentino Salani, sono tuttavia prive di ogni impegno ideologico e di una precisa valutazione politica, tantoché l’impresa apparve, nel libro, una “gloriosa baraonda” o, come anche fu detto, “una romanzesca passeggiata in Sicilia”. Irrilevanti nella storia letteraria sono alcuni dimenticati romanzi storici del Bandi, tra cui “Pietro Carnesecchi” (1873), “La Rossina” (1875) e “Caterina Pitti” (1891). Bandiera, Attilio (Venezia 1810 - Vallone di Rovito 1844) ed Emilio (Venezia 1819 - Vallone di Rovito 1844), fratelli. Figli di un contrammiraglio della marina austriaca, il barone Francesco, fra l’altro distintosi per la cattura in mare di rivoluzionari italiani, Attilio ed Emilio Bandiera furono anch’essi ufficiali della marina, ma di idee liberali e addirittura rivoluzionarie. Diversi per carattere – Attilio appassionato e malinconico, spensierato e più allegro Emilio – i due fratelli erano assolutamente repubblicani e guidati da una forte ispirazione religiosa. Grazie a un incontro, durante un viaggio a New York, con Pietro Maroncelli, maturarono quelle idee di libertà che li portarono alla fondazione, nel 1840, della società segreta Esperia, finché, entrati in rapporto con Mazzini, di cui divennero fervidi apostoli, si affiliarono alla Giovine Italia. Traditi da un ex mazziniano, furono denunciati nel 1843. Disertarono allora dalla marina, rifugiandosi a Corfù. I loro piani erano quelli di puntare militarmente su Roma sbarcando sulle coste maremmane: piani che presto convertirono, organizzando una spedizione sulle coste calabresi, dove Cosenza aveva da poco tentato una sfortunata insurrezione. La spedizione ebbe un esito tragico: i giovani eroi (i patrioti italiani erano quasi tutti giovanissimi) furono catturati e condannati a morte, il 25 luglio 1844, suscitando commozione e rimpianto generali e anche alcune critiche al Mazzini come involontario responsabile dell’inutile tragedia. Il loro sacrificio contribuì a indebolire la forza e l’esistenza stessa delle società segrete e a dar luogo ad una svolta politica che avrebbe visto vincenti i democratici e i moderati. Tuttavia lo storico Giovanni Spadolini afferma: “il mazzinianesimo diventò, con i fratelli Bandiera, leggenda popolare. Senza la fallita spedizione di Calabria non avremmo avuto, sedici anni dopo, la vittoriosa spedizione dei Mille” ☑ I luoghi della memoria - Sulle orme dei fratelli Bandiera, pag. 40. Bandiera tricolore. Dossier - Il “tricolore” - pag. 416. Bandiere del Risorgimento. Dossier - Il “tricolore” - pag. 416. Barbera, Gaspero (Torino 1818 - Firenze 1880). Giunto a Firenze nel 1840, il torinese Gaspero Barbera lavorò per molti anni presso la casa editrice di Felice Le Monnier, prima di fondare, nel 1860, l’editrice che porta il suo nome. Pubblicò, tra le altre, opere di Niccolò Tommaseo e una bella serie di dizionari. Nel 1860 Renato Giunti la acquistò e nel 1964 la consorziò con la Casa Editrice Bemporad Marzocco. ☑ Dossier - Tra libri e giornali: la rivoluzione di carta, pag. 264. Bassi, Ugo (Cento 1801-Bologna 1849). “Fui sempre liberale evangelico”, scriveva il frate barnabita Ugo Bassi nel 1848, un anno dopo il suo celebre incontro con Pio IX, voluto un po’ per rincuorare il pontefice a farsi autorevole protagonista dei destini d’Italia e un po’ per farsi perdonare i sospetti, se non di eresia, certo di una libertà rivoluzionaria poco conveniente al suo abito, come gli rimproveravano i gesuiti. Cadute le illusioni neoguelfe, Bassi, che era nato nel 1801 in quel di Ferrara e che era cresciuto libertario nel segno della poesia foscoliana, ora deluso da Carlo Alberto e dal suo pontefice Pio IX, fu colpito dal provvedimento curiale di secolarizzazione e non credette più né nel papato né nella monarchia sabauda come validi difensori della causa italiana. Repubblicano, si legò a Venezia con il Tommaseo e con Daniele Manin, finché a Roma si innamorò del mito di Garibaldi, l’unico eroe degno dell’Italia dei suoi tempi. Seguì così i garibaldini, come frate più rivoluzionario che pastore, fino ad abbandonare l’abito talare per indossare la divisa garibaldina. Già cappellano militare, raccolse i favori di Gioacchino Rossini e non si peritò di combattere in prima linea a Palestrina e a Roccasecca, dove venne ferito a un piede. Imprigionato dai francesi, chiuse la sua carriera di grande predicatore onorando la morte di Luciano Manara. Fatto più tardi prigioniero dagli austriaci, Bassi venne giustiziato nell’agosto del 1849. Battaglie del Risorgimento Le singole battaglie sono citate, in ordine alfabetico, alla voce corrispondente. Battisti, Cesare (Trento 1875 - Trento 1916). Giornalista, geografo e politico di ispirazione socialista, Cesare Battisti è considerato, insieme a Guglielmo Oberdan e a Nazario Sauro, una delle più più importanti figure dell’irredentismo italiano. Visse nella Trento asburgica, dove diresse alcuni giornali, e fu deputato al Parlamento di Vienna. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, tuttavia, combatté dalla parte italiana. Catturato dagli austriaci, venne processato e, il 12 luglio 1916, impiccato per tradimento. Bava Beccaris, Fiorenzo (Fossano, 17 marzo 1831 - Roma, 8 aprile 1924). Generale italiano che aveva combattuto in Crimea e nelle Seconda e Terza Guerra d’Indipendenza, Fiorenzo Bava Beccaris fu noto soprattutto per la dura repressione dei moti milanesi del maggio 1898, noti, secondo la definizione di Napolone Colajanni, come “Protesta dello Stomaco”, in cui furono uccisi 80 cittadini e feriti altri 450. Per questo intervento, per cui venne ricordato, in una canzone dell’epoca, come “Il feroce monarchico Bava”, il generale ricevette dal re Umberto I, il 5 giugno 1898, la Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia. Fu proprio la concessione di questa onorificenza e il desiderio di vendicare i morti dell’eccidio, che indusse l’anarchico Gaetano Bresci, seconda la sua stessa ammissione, ad assassinare Umberto I, il 29 luglio del 1900, a Monza. Belfiore, martiri di. “Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, / ara di martiri”: così Carducci canterà i martiri di Belfiore i cui nomi all’italiano di oggi, e forse anche a quello di ieri sono quasi sconosciuti, ma che furono ben 12, uniti dal nome di quel Forte austriaco in provincia di Mantova, dove tutti morirono giustiziati sotto il piombo o sulla forca, perché patrioti, fra il 1851 e il 1855, accusati di tradimento, cospirazione e sedizione. Caddero nelle mani della polizia austriaca che, con occhiute perquisizioni, scoprì nelle loro case documenti e manifesti (e soprattutto cedole del prestito mazziniano) compromettenti, sebbene alcuni di loro fossero già noti per la loro attività clandestina e la partecipazione ai vari eventi insurrezionali. Tre di essi erano sacerdoti: don Enrico Tazzoli, docente di teologia e noto pensatore religioso, il suo allievo don Giovanni Grioli e poi Tito Speri, patriota bresciano che aveva lasciato l’abito talare per darsi totalmente alla causa patriottica. Con loro c’erano Luigi Dottesio, Bernardo de Canal, Carlo Poma, Angelo Scarsellini e Giovanni Zambelli, tutti giustiziati per impiccagione. Poi ancora Bartolomeo Grazioli e Carlo Montanari. Infine, il 19 marzo del 1853, cadde anche Pietro Frattini, ex garibaldino alla difesa di Roma. Nel 1855, dopo un lungo processo, sarà giustiziato anche Pietro Fortunato Calvi, combattente della Repubblica di Venezia e protagonista del moto milanese del febbraio del 1853. In pochi anni, un lungo rosario, di cui forse i nomi sono perduti ma non il collettivo significato di come la stagione risorgimentale, pur fra errori e contraddizioni, avesse ispirato eroici esempi di dedizione a una patria che si voleva libera e unita. “Bella Rosina” Vedi Vercellana, Rosa. Belli, Giuseppe Gioacchino (Roma 1791 - Roma 1863). Giuseppe Gioacchino Belli fu il poeta della Roma pontificia dell’Ottocento, nella quale egli visse durante il difficile periodo dell’unificazione d’Italia. Nei suoi sonetti in vernacolo romanesco descrisse con spirito le condizioni del popolo minuto della città, venendo annoverato, insieme al milanese Carlo Porta, al palermitano Giovanni Meli e al veneziano Carlo Goldoni, tra le cosiddette “quattro coroncine” della letteratura dialettale, da contrapporre alle “tre corone” italiane di Dante, Petrarca e Boccaccio. In realtà resta uno dei grandi poeti d’Italia. Bellini, Vincenzo (Catania 1801 - Puteaux 1835). Vincenzo Bellini è stato uno dei più celebri compositori d’opera dell’Ottocento, e il più significativo rappresentante del clima preromantico che preparò il processo di unificazione dell’Italia. Le sue opere più famose, come “La sonnambula” (1831) “Norma” (1831) e “I puritani”, (1835), divennero dei punti di riferimento indiscussi per il pubblico di Milano e Parigi. Bemporad, Roberto (Firenze 1835 - Firenze 1891) ed Enrico (Firenze 1868 - Firenze 1944), editori. Dopo aver acquisito dai fratelli Paggi, il 16 giugno 1889, la Libreria Editrice Felice Paggi di Firenze, Roberto Bemporad costituì, il 9 luglio 1889, la Società Roberto Bemporad & Figlio, dando poi vita alla Casa Editrice Roberto Bemporad & Figlio. A Roberto, successe il figlio Enrico nel 1890. La casa editrice divenne presto famosa per aver pubblicato “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, di Carlo Collodi, “Il giornalino di Gian Burrasca” di Vamba, ossia Luigi Bertelli, nonché “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi e i libri di avventura di Emilio Salgari. Nel dopoguerra Renato Giunti rilevò l’azienda, alla quale fu dato il nome di Bemporad Marzocco. Nel 1964 le fu associata la casa editrice Barbera, acquistata da Renato Giunti nel 1960. ☑ Dossier - Tra libri e giornali: la rivoluzione di carta, pag. 264. Berchet, Giovanni (Milano 1783 - Torino 1851) Per due motivi il nome del Berchet fu celebrato ai suoi tempi ed è a lungo rimasto nelle nostre antologie: per il suo clamoroso favorevole intervento nella polemica romantica (affidato, più che alla sua opera di poeta, al famoso saggio “Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo”, del 1816), e per i suoi frutti poetici, soprattutto le raccolte “Romanze” (1824)e “Le Fantasie” (1829). La poesia di Berchet, a lungo considerata bandiera della lirica italiana risorgimentale, si affida – e da qui il suo successo popolare – alla semplicità di dettato, al volontario e immediato risveglio delle passioni soprattutto civili, a un tono romantico e a un’armoniosa cantabilità, senza tuttavia assurgere a grandi risultati espressivi. “Il romito del Cenisio”, “Il trovatore”, “Matilde”, furono cibo quotidiano anche degli italiani semplici accanto al melodramma, cioè all’opera, con cui del resto oltre alla cantabilità quei versi condividevano i motivi ideali. Nato a Milano, giovane impiegato sotto Napoleone e poi sotto gli austriaci, Berchet fu presto costretto all’esilio prima a Parigi e poi a Londra, per ben sette anni, fino a quando si recò in Belgio. Tornato in Italia nel 1845 – lui che era stato collaboratore de “Il Conciliatore” – partecipò alle Cinque giornate di Milano, ma fuggì dalla città al ritorno degli austriaci stabilendosi a Torino, dove assunse pensieri e scelte moderate e favorevoli alla causa monarchica, tanto da essere eletto per due volte al parlamento piemontese. Nella “Lettera semiseria”, in opposizione al classicismo deprecava anche gli eccessi del romanticismo e si rivolgeva al cittadino medio invitandolo a un’educazione morale e civile. Erano gli anni in cui comparvero i manifesti romantici del Di Breme e del Borsieri. Già s’è detto della fortuna poetica del Berchet, dovuta all’immediatezza comunicativa dei suoi versi (da non dimenticare i poemetti “I profughi di Parga”, del 1821) e all’aver privilegiato motivi stilistici popolari e orecchiabili. Nel 1837 pubblicò anche “Vecchie romanze spagnole”, sempre in omaggio alla poesia popolare. Bersaglieri. I bersaglieri, ben noto corpo scelto dell’esercito italiano, nacquero per volere di re Carlo Alberto, e su proposta dell’allora capitano Alessandro La Marmora, nel giugno del 1836, come reparto di tiratori scelti (da qui il loro nome), dotato di carabina. Altra caratteristica, rimasta fino ad oggi, il cappello piumato. Molte battaglie videro la loro valorosa partecipazione: a Goito nel 1848, poi alla Cernaia nella guerra di Crimea (1855), alla conquista di Roma nella breccia di Porta Pia, fino alle imprese in cui si distinsero nel secondo conflitto mondiale. Nati come corpo scelto di fanteria, e oggi sentiti come significativi testimoni della storia unitaria nazionale, i bersaglieri, che nel tempo videro aumentare e poi ridimensionare il numero dei loro battaglioni e reggimenti, fanno parte da tempo delle truppe corazzate dell’esercito italiano. Nei primi anni della loro fondazione, videro affluire nel corpo anche volontari lombardi comandati da Luciano Manara. ☑ I luoghi della memoria - I bersaglieri e la “breccia”, pag 50. Bezzecca, battaglia di. A Bezzecca, in Trentino, fu combattuta una battaglia vittoriosa, il 21 luglio 1866, durante la Terza Guerra d’Indipendenza, dal Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi. A quest’ultimo era stato ordinato, in vista dell’inizio delle operazioni militari, avvenuto il 23 giugno 1866, di operare sull’esteso fronte che correva tra la Lombardia e il Tirolo, comprendente anche gli attuali territori dell’Alto Adige e del Trentino, per controllare le tre principali vie di invasione: il Passo dello Stelvio a nord, il Passo del Tonale al centro e il lago d’Idro a sud. Qui Garibaldi aveva condotto il grosso dei volontari, per penetrare poi in direzione di Trento. Il generale Von Kuhn, comandante austriaco del Tirolo meridionale, tentò, con i suoi colonnelli, di contrastare la loro avanzata per respingerli verso il lago d’Idro. Lo scontro avvenne a Pieve di Ledro e a Bezzecca, ma le truppe autriache non riuscirono nel loro intento. “Biblioteca Italiana”, La. Periodico letterario finanziato dai primi governanti austriaci della Lombardia, Bellegarde e Saurau, e pubblicato dal 1816 al 1825. “Biblioteca Nazionale” di Le Monnier. Dossier - Tra libri e giornali: la rivoluzione di carta, pag. 264. Bicocca, battaglia della. Novara, battaglia di. Bixio, Nino (Genova 1821- Isola di Sumatra 1873). Fu uno dei più coraggiosi e rinomati, ma controversi protagonisti delle battaglie dell’unità nazionale, sia sul campo, sia, in diversa misura, nella vita politica parlamentare: tanto da esser considerato “il secondo dei Mille”. Fu però un comandante distintosi per una severità eccessiva verso i nemici e anche verso i suoi sottoposti. La sua vita ebbe tragica conclusione sui lontani mari di Oriente. Navigatore, generale, uomo politico, in quest’ultima veste – forse la meno rilevante – fu a lungo nel parlamento nazionale e, entrato in Roma dalla breccia di Porta Pia, fu fatto senatore nel 1870. Ottimo oratore, sebbene di idee federaliste, si adoprò per l’unità d’Italia, da ottenersi, a suo avviso, grazie al superamento delle divisioni partitiche. In tal senso appoggiò l’operato di Rattazzi per unire moderati e democratici. Alla lunga e gloriosa vita militare fece dunque seguire l’attività politica parlamentare, ma con un infelice suggello. Nel 1873, infatti, decise di abbandonare l’agone pubblico e, sulla nave Maddaloni, fattasi costruire a prezzo di grandi sacrifici, salpò verso i mari d’Oriente, alla volta della Malesia. Partito poi da Singapore, con un carico di duemila soldati malesi, fu colto dopo pochi giorni dal colera, che lo uccise. Fu seppellito provvisoriamente su una spiaggia lontana. Nato a Genova nel 1821, ebbe in realtà il nome di Gerolamo. Presto orfano con sette fratelli, focoso e senza studi, fu subito affascinato dal mare. Mozzo nella marina sarda e in seguito imbarcato su un mercantile, sbarcò a New York, e poi a Parigi e Sumatra. Militare per indole e per destino, intraprendente e impaziente, fu accanto a Garibaldi in Romagna, dove del Generale divenne capo di stato maggiore. Poi ancora con lui nei Cacciatori delle Alpi, nei giorni della Repubblica Romana e infine nella spedizione dei Mille, quando Garibaldi gli gridò la celebre frase: “Bixio, qui si fa l’Italia o si muore”. Già convinto federalista, aveva fondato il giornale “San Giorgio”. Da mazziniano, aveva partecipato ad associazioni segrete unendosi anche di forte amicizia al giovanissimo Goffredo Mameli, al cui nome intitolò la sua prima nave. Bocca, fratelli. Dossier - Tra libri e giornali: la rivoluzione di carta, pag. 264. Boffalora, battaglia di. La battaglia di Boffalora è un episodio della Seconda Guerra d’Indipendenza. Essa si svolse il 3 giugno 1859 a Boffalora sopra Ticino, fra l’esercito austriaco e le truppe franco-piemontesi provenienti dal Piemonte. Giunti a Boffalora nei pressi delle cascine Bevilacqua, Venegoni e Cucchiani, dove si ebbero i primi scontri, i francesi del Secondo Reggimento dei Granatieri del Colonnello D’Alton avevano occupato il centro del paese. Il generale austriaco Baltin, attestato presso il ponte di Boffalora sul Naviglio Grande, ordinò allora di far saltare il ponte. Ma l’operazione non riuscì del tutto a causa di alcune micce bagnate, mentre i francesi riuscirono ad attraversare il canale su una passerella di legno improvvisata, attaccando gli austriaci sull’altra sponda e costringendoli alla fuga. Boifava, Pietro (Serle 1794 - Serle 1879). Pietro Boifava, curato di Serle, fu un eroe molto particolare delle Dieci Giornate di Brescia. Infatti era un sacerdote, ma si dimostrò assai più abile di sciabola che non di aspersorio. Dopo aver trascorso tre mesi in Svizzera, informato che Carlo Alberto era stato sconfitto a Novara e che già era intervenuto l’armistizio di Vignale, rimpatriò, grazie ad un’amnistia, della quale ottenne i benefici per aver salvato un capitano avversario, un certo Pomo, che gli insorti volevano passare per le armi. Bonaparte Napoleone. Napoleone Bonaparte e l’unificazione italiana. Borbone. Regno delle Due Sicilie. Bosco, Giovanni, don (Castelnuovo d’Asti 1815 - Torino 1888). Giovanni Melchiorre Bosco, noto come don Bosco, fu il fondatore della Congregazione dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Canonizzato da papa Pio XI nel 1934, fu uno dei più attivi “principi della carità” dell’Italia unita. Breccia di Porta Pia. Con “breccia di Porta Pia” si indica tradizionalmente la breccia aperta nelle mura di Roma presso Porta Pia in conseguenza dell’azione militare, avvenuta il 20 settembre 1870, che segnò la presa della città da parte delle truppe sabaude e la fine dello Stato Pontificio. ☑I luoghi della memoria - I Bersaglieri e la “breccia”, pag. 50. Brescia. Dieci giornate di Brescia, Le. Brigantaggio. Capitolo non secondario dei pesanti problemi, tuttora aperti, del Meridione, cioè della tanto discussa Questione Meridionale, il cosiddetto “brigantaggio” fu, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, una forma particolare di banditismo, che assunse importanza soprattutto nel decennio 1861-1870, ossia subito dopo l’unità d’Italia. Non era un fenomeno nuovo, dal momento che nella rivoluzione meridionale del 1799 il brigantaggio aveva mostrato il suo potere, fomentato anche da fini politici reazionari. In realtà si trattava di alcuni spregiudicati capi guerriglia messisi alla testa di quella che era pure una disperata lotta sociale dei contadini poveri, angariati da iniqui rapporti di lavoro nelle campagne e dall’arretratezza economica generale del Meridione. Svanite le brevi speranze suscitate dalla spedizione garibaldina in quelle terre, sopravvenne la delusione per l’atteggiamento puramente repressivo assunto dal nuovo governo centrale. Non era mancata neanche la sobillazione di agenti borbonici che talvolta, con l’aiuto del clero, cercarono di trasformare il brigantaggio in insurrezione legittimista. Tante e sanguinarie furono le imprese compiute dai briganti, tra i quali primeggiavano le bande di Schiavone, Caruso, Crocco e altri. La risposta del governo fu la legge Pica del 1863, che imponeva una legislazione eccezionale e l’invio massiccio di truppe per sradicare il brigantaggio. Furono così uccisi in combattimento o fucilati oltre 5.000 briganti, mentre 8.500 entrarono nelle patrie galere. Il banditismo fu così ridotto ma non eliminato. Per vincere il fenomeno sarebbe stato necessario – come denunciò lo studioso Pasquale Villari nelle famose “Lettere Meridionali” – che il governo nazionale avesse avviato urgenti riforme economiche e sociali in quelle terre. “Non c’è questione politica”, egli scrisse, “che progredisca davvero senza questioni sociali, perché la mutazione del governo senza una trasformazione progressiva della società sarebbe opera affatto vana. Se noi avessimo prima trasformata la nostra società per far poi la rivoluzione politica, non ci troveremmo nelle condizioni in cui siamo. E oggi il brigantaggio è il male più grave che possiamo osservare nelle nostre campagne ed è la conseguenza di una questione agraria e sociale”. La ricetta indicata dallo storico Villari, che trattava nelle sue lettere anche i presenti problemi della camorra e della mafia, era di creare una classe di contadini proprietari, contro i grandi latifondisti spesso indifferenti o avversi agli stessi contadini. Brofferio, Angelo (Castelnuovo Calcea 1802 - Minusio 1866). Piemontese, nato presso Asti, Angelo Brofferio fu un energico uomo politico. anche se scrittore di non grande importanza. Avvocato assai facondo, Brofferio svolse principalmente questa attività, mentre come letterato di lui si ricorda soprattutto la fortunata raccolta “Canzoni Piemontesi”, del 1839. Fu anche fedele collaboratore del “Messaggiere torinese”. A lungo deputato, prima nel parlamento subalpino e dal 1861 nel Parlamento italiano, incarnò la sinistra costituzionale piemontese. Tenace oppositore della politica di Cavour, denunziò la spedizione in Crimea, e l’alleanza con la Francia. Mentre alcune sue opere di storico mantengono un qualche interesse, come i cinque volumi della “Storia del Piemonte dal 1814 ai giorni nostri” e la “Storia del Parlamento subalpino”, nessun interesse odierno serba la sua produzione letteraria come le poesie raccolte in “Un sogno della vita ed il lamento di Dante” e le tragedie “Eudossia” e “Idomeneo”, pubblicate alla metà degli anni Venti del Novecento. Bronte. Con “fatti di Bronte” si intende l’intervento, effettuato nell’agosto del 1860 a Bronte, durante la spedizione dei Mille, da un battaglione di garibaldini, guidato da Nino Bixio, per riportare l’ordine dopo una rivolta popolare. Il 2 agosto era scoppiata a Bronte, un borgo del Catanese, una sanguinosa rivolta contro la nobiltà latifondista, rappresentata dalla duchessa di Nelson, a cui si erano aggiunti diversi sbandati provenienti dai paesi limitrofi. Il comitato di guerra, creato nel maggio del 1860 da Garibaldi e Crispi, decise di inviare un distaccamento garibaldino nel paese per sedare la rivolta in modo esemplare e probabilmente per difendere, nelle intenzioni di Garibaldi, gli interessi terrieri dell’Inghilterra. Giunto nel paese, Bixio istituì un tribunale di guerra che, in un processo durato meno di quattro ore, giudicò 150 persone, condannandone cinque alla pena capitale: l’avvocato Nicolò Lombardo, che era stato acclamato sindaco dopo l’eccidio, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. I cinque vennero fucilati il 10 agosto, all’alba. Buonarroti Filippo (Pisa 1761 - Parigi 1837). Uomo politico italiano, discendente dal grande Michelangelo, Filippo Buonarroti fu, con Babeuf, uno dei dirigenti della Cospirazione degli “Eguali”, di cui fu anche il principale teorico, elaborando l’idea di una società egualitaria e rurale fondata sulla comunanza dei beni, sotto l’egida di una piccola minoranza di onesti rivoluzionari. Nato a Pisa, dove si laureò, fu giornalista a Firenze: ma, in sospetto della polizia granducale, emigrò in Corsica nel 1790, dove fondò e diresse il “Giornale patriottico di Corsica”, di ispirazione illuministica e radicale rivoluzionaria. Dal 1793 fu a Parigi con impieghi politici. Convinto del pensiero di Robespierre, subì un arresto da parte della polizia. Di nuovo arrestato nel 1796, con Babeuf riuscì, dopo qualche anno, a stabilirsi a Ginevra, dove fondò una società segreta sempre nello spirito di un programma egualitario e comunista. Espulso dalla Svizzera, fu a Bruxelles, dove pubblicò, nel 1828, “Congiura dell’uguaglianza detta di Babeuf”, vero programma comunista per l’Europa. Tornato a Parigi, dopo il 1830 collaborò alle organizzazioni repubblicane e comuniste francesi, partecipando, dal 1831 al 1834, ad alcune società segrete italiane di ideali più avanzati rispetto alla Giovine Italia e mettendosi perciò in opposizione a Mazzini. Cacciatori delle Alpi. “Cacciatori delle Alpi” fu il nome dato alla brigata di volontari che, agli ordini di Giuseppe Garibaldi, combatté nella Lombardia settentrionale, nel 1859, durante la Seconda Guerra di Indipendenza. Cadorna Luigi (Pallanza 1850 - Bordighera 1928). Figlio del generale Raffaele, Luigi Cadorna nel 1870 partecipò alle operazioni militari a Roma militando nel corpo di spedizione comandato dal padre Raffaele. Nel 1892, promosso colonnello, venne nominato comandante del 10° Reggimento Bersaglieri, mettendosi in luce per la sua rigida interpretazione della disciplina militare. Durante la Prima Guerra Mondiale fu capo di stato maggiore dell’esercito regio. Cadorna, Raffaele (Milano 1815 - Torino 1897). Capitano dell’esercito regio nel 1846, nel 1848, divenuto maggiore, patrtecipò alla prima guerra di indipendenza. Dopo la sconfitta di Novara, Cadorna si arruolò nella legione straniera, ad Algeri. Successivamente, nel 1855 e 1856, partecipò alla guerra di Crimea e alla Seconda Guerra di Indipendenza (1859-1861), durante la quale si distinse nella battaglia di San Martino, in cui conquistò il grado di tenente colonnello. Tra il 1860 e il 1865 combatté il fenomeno del brigantaggio meridionale. Nel 1866 prese parte alla Terza Guerra d’Indipendenza e venne poi inviato a Palermo a sedare la cosiddetta rivolta del “sette e mezzo”. Nel 1869 venne incaricato dal Menabrea di reprimere le rivolte scoppiate in Italia per l’introduzione della tassa sul macinato. Nel 1870 guidò il IV Corpo d’armata dell’esercito alla presa di Roma, fino alla breccia di Porta Pia. Nominato deputato, e poi senatore nel 1871, nel 1873 comandò il corpo d’armata a Torino, ritirandosi nel 1877 per occuparsi esclusivamente di politica. Caffè storici. Ogni città nel Risorgimento ebbe i suoi Caffè, che furono spesso meta frequentata ora dai conservatori ora, e più, dai patrioti. A Torino, nella capitale sabauda, il Caffè Calosso, nella via oggi detta Garibaldi, e il Caffè Bedotti, presso l’attuale via Corte d’Appello, furono ritrovo abituale, nei decenni risorgimentali, soprattutto di professionisti e specialmente di membri della magistratura.Un carattere più “bohemienne” ebbe invece il Caffè Madeira, le cui vicende sono tramandate nel diario del cameriere Cirillo Grasso. Elegante e ricco di pitture torinesi fu l’aristocratico Caffè Fiorio, dove spesso sostava il principe Carlo Alberto, in compagnia del marchese Cesare Alfieri. Al polo ideologico opposto stava il Caffè Diley, ricettacolo di patrioti e cospiratori. Né si può dimenticare il Caffè Piemonte, con le sue grandi sale e i suoi tavoli da biliardo, ospitato nel palazzo dell’Accademia delle Scienze, Caffè tra i più intellettuali dell’allora capitale. In epoca risorgimentale, accanto ai salotti delle famiglie più in vista, i Caffè svolsero una particolare funzione sociopolitica e anche di informazione. Spesso infatti si potevano leggere, ai loro tavolini, giornali provenienti anche dall’estero. Non meno vivaci e politicamente distinti furono i Caffè di Firenze, prima dell’unità e anche quando la città fu capitale del regno. Alcuni assunsero nomi patriottici, come il Caffè dell’Onore in via Pietrapiana, o il Caffè dell’Amor Patrio in via del Proconsolo, mentre nell’attuale via Cavour si aprì il Caffè dei Risorti, dove abitualmente si fermava lo scrittore Renato Fucini. Caffè presto divenuti davvero storici furono il Caffè del Genio in via San Gallo e la carducciana Birreria Cornelio in via dei Vecchietti. Né si può dimenticare l’aristocratico Doney, aperto fin dal 1827 in via Tornabuoni, ritrovo dei nobili e dell’alta società. Luogo di convegno della mondanità fu invece il Caffè Giacosa, anch’esso in via Tornabuoni, di cui oggi si rimpiange la scomparsa. Aperto nel 1872 dal cioccolatiere piemontese Enrico Rivoire, il Caffè omonimo serba ancora oggi, in piazza della Signoria, il primato dell’eleganza. Mentre sull’angolo di piazza del Duomo accolse per decenni artisti, intellettuali e non solo, il Caffè Bottegone, forse il Caffè storicamente più celebre di Firenze restò, intorno a metà dell’Ottocento, quel Caffè Michelangelo, in via Larga, oggi via Cavour, che fu sede prediletta degli artisti detti Macchiaioli. Da ricordare sono infine, nell’odierna Piazza della Repubblica, già Piazza Vittorio Emanuele II, la Birreria Paszkowski e il Caffè Gilli, ambedue, ancora oggi, felicemente in attività. Cagliari, piroscafo. Il Cagliari era un piroscafo della Compagnia di Raffaele Rubattino, comandato dal capitano Antioco Sitzia, di cui Carlo Pisacane e i suoi si impadronirono, il 25 giugno 1857, a Genova, per tentare la sfortunata spedizione di Sapri. Con questa nave, infatti, Pisacane si diresse a Ponza e successivamente a Sapri, dove sbarcò. Dopo aver lasciato Pisacane ed i suoi, il piroscafo fece nuovamente rotta per Genova. Ma, il 29 giugno, a circa 12 miglia a ovest di Capri, fu raggiunto dalle pirofregate napoletane Fieramosca e Tancredi: quest’ultima lo rimorchiò a Napoli, dove il piroscafo venne dichiarato “buona e legittima preda”, in quanto “bastimento di natura piratica, servito di mezzo a’ nemici del Regno”. In seguito Rubattino chiese la restituzione della nave. La richiesta dette origine, nel gennaio 1858, ad un complicato processo, di cui si occupò addirittura la stampa europea. La vertenza si concluse, l’8 giugno 1858, con la restituzione del piroscafo al suo proprietario, grazie anche all’intervento del governo di Londra, che si era mosso a tutela dei due macchinisti inglesi imbarcati. Cairoli, fratelli. Prima di questi cinque fratelli è dovere forse ricordare la loro madre, Adelaide Bono (1806-1871) andata sposa a Carlo Cairoli, professore nella facoltà di medicina di Pavia, per la sua intrepida dedizione all’idea italiana e per il coraggio e la forza con cui sopport